La storia dell’arte non è mai stata così divertente. Ad affermarlo è Filippo Caccamo che ne darà prova in “Fuori di tela”, suo nuovo spettacolo. Il comico e star dei social, da oggi a domenica sarà ospite del Teatro Alfieri con un’inedita visita a un immaginario museo.
Cosa c’è di comico in una disciplina tanto rigorosa?
«Tutto. A cominciare dagli artisti, perché la storia dell’arte è fatta da umani. Spesso, vedendo un dipinto pensiamo sia divino, in realtà è realizzato da persone in carne e ossa e, quando gli umani fanno qualcosa di eterno, ne succedono di tutti i colori. Basti pensare a Caravaggio, a Pietro Manzoni con la merda d’artista, a Marcel Duchamp con l’orinatoio, sono persone che hanno fatto cose sublimi. Per rendere divertente questa disciplina non serve tanto analizzare il prodotto, quanto piuttosto chi lo ha realizzato. Sono artisti completamente fuori da ogni logica, Fuori di tela per l’appunto».
Tra questi, chi è il più curioso?
«Caravaggio. Ebbe una vita incredibile, se facessi io quelle cose sarei già morto, invece lui ha portato l’eterno nel suo quotidiano».
Parla da esperto, vista la laurea in storia e critica dell’arte.
«La materia mi ha folgorato. Dopo la triennale in beni culturali, avrei voluto fare la magistrale in spettacolo, invece preparando l’esame di storia dell’arte, me ne sono innamorato. Mi piaceva l’idea dello studio del bello, pensavo non ci fosse niente di meglio al mondo che studiare la bellezza. Alla fine ho passato tanti anni meravigliosi a capire perché qualcosa è bello e qualcosa è brutto, qualcosa è eterno e qualcosa no».
Cosa ha capito della bellezza?
«Che non c’è frase più stupida di “non è bello ciò che è bello è bello ciò che piace”. È un luogo comune: la bellezza la si riconosce perché è tale in ogni tempo e in ogni spazio. La Cappella Sistina è magnifica per un giapponese e per un americano ed era bella nel Seicento come lo è oggi. Quando riesci a capire il concetto che c’è dietro la creazione delle opere, ti si apre un mondo e comprendi quanto la bellezza sia oggettiva».
Ha mai pensato di fare il critico d’arte?
«Assolutamente no. Ho sempre voluto fare il comico, sin da bambino. Non c’è mai stato un piano B».
Il talento alle risate l’ha scoperto presto?
«Diciamo che fin da piccolino provavo attrazione per i comici e mi divertivo a imitare tutti quelli che vedevo. Ho passato un monte di ore davanti ai monologhisti che adesso avrei sei lauree».
Quali comici la ispiravano?
«Beppe Grillo, Brignano, Pucci, Pintus, Battista, i grandi monologhisti appunto, quelli da uno contro tutti. Io non faccio stand-up ma cabaret, tuttavia i primi spettacoli di stand-up furono durante gli spogliarelli nei locali americani. Lì se il comico riusciva a non farsi mandare via a spintoni rimanendo in piedi tra uno spogliarello e l’altro, aveva una marcia in più, perché è evidente che il pubblico era lì per altro. A me ha sempre attratto quel tipo di comicità, quella sfidante dell’essere solo contro gli altri».
Ci avviciniamo al Festival, lo seguirà?
«Certo! Sarò addirittura nella città dei fiori per fare attività digital. Sono un appassionato di Sanremo: è uno specchio della società. Inoltre, ho adorato alcuni ospiti, tra cui Benigni quando entrò sul palco a cavallo. È un contenitore fantastico, poi mi appassionano le storie che porta con sé, come quella dei Jalisse che trovo irresistibile».
Che musica ha nella playlist?
«Sono un grande fan di Zucchero, che vado a sentire dal vivo appena posso, poi mi piace Caparezza, mentre sono ignorante per quanto riguarda la musica straniera».
